Attacchi di panico

Cosa fare durante un attacco di panico

Perché respirare piano non sempre basta, e cosa dicono gli studi.

Chi ha avuto un attacco di panico di solito ricorda il primo. Il cuore che parte senza motivo, l’aria che sembra non bastare, la certezza che stia succedendo qualcosa di grave. Molte persone finiscono al pronto soccorso, dove dopo un elettrocardiogramma normale si sentono dire “è solo ansia”. Una frase che rassicura poco, perché quello che hanno sentito era tutto tranne che “solo”.

In questo articolo provo a rispondere alla domanda che mi fanno più spesso: cosa posso fare mentre succede? La risposta breve è che conviene fare meno di quanto si pensi. Quella lunga richiede di capire cosa sta accadendo nel corpo.

Cosa succede durante un attacco

Un attacco di panico è l’attivazione del sistema d’allarme del corpo senza un pericolo reale. Adrenalina, battito accelerato, respiro rapido, muscoli tesi: è la stessa reazione che ci farebbe scappare da un’auto che sbanda verso di noi. Raggiunge il picco in pochi minuti e poi scende, anche se non si fa nulla.

Il problema è l’interpretazione. Se il cuore accelera e penso “sto per avere un infarto”, la paura aumenta, l’adrenalina sale ancora, e le sensazioni diventano più forti. È il circolo descritto dal modello cognitivo del panico di David Clark,1 lo stesso che uso con i miei pazienti per spiegare perché gli attacchi tendono a ripetersi.

Cosa fare mentre succede

1. Dare un nome a quello che sta accadendo

“È un attacco di panico. È spiacevole, non è pericoloso, passerà.” Sembra banale, ma interrompe il pezzo del circolo che alimenta la paura: l’interpretazione catastrofica. Non serve crederci al cento per cento, basta dirselo.

2. Non combattere le sensazioni

Il tentativo di fermare l’ansia a tutti i costi di solito la peggiora, perché tiene l’attenzione incollata al corpo. Funziona meglio lasciare che le sensazioni ci siano, osservandole come si osserverebbe un’onda: sale, arriva al punto più alto, scende.

3. Restare, se è possibile

Quando si può, conviene rimanere dove si è e continuare quello che si stava facendo, anche più lentamente. Scappare porta sollievo immediato, ma insegna al cervello che quel luogo era pericoloso. È così che la paura del panico si allarga alla metropolitana, al supermercato, alla guida.

4. Riportare l’attenzione fuori

Descrivere a mente cinque cose che si vedono, ascoltare i rumori della stanza, sentire i piedi appoggiati a terra. Non per far sparire l’ansia, ma per non restare chiusi dentro il monitoraggio del battito.

E la respirazione?

Qui arriva il dato meno intuitivo. Gli esercizi di respirazione lenta sono il consiglio più diffuso, eppure uno studio che ha confrontato la terapia cognitivo-comportamentale con e senza training respiratorio non ha trovato vantaggi nell’aggiungerlo. Anzi, i risultati tendevano a essere leggermente migliori senza.2

Non significa che respirare piano sia dannoso. Il punto è un altro: se la respirazione diventa uno strumento per “salvarsi” dall’attacco, rischia di trasformarsi in un comportamento di sicurezza. Il messaggio implicito è “senza questa tecnica sarebbe successo qualcosa di grave”. Ed è proprio la convinzione che la terapia cerca di smontare.

Lo stesso vale per il bicchiere d’acqua sempre in borsa, per sedersi vicino all’uscita, per non uscire mai da soli. Aiutano nel momento, mantengono il problema nel tempo.

Cosa evitare

  • Il sacchetto di carta. Respirare dentro un sacchetto è un rimedio popolare ma sconsigliato: può ridurre l’ossigeno nel sangue, e diventa rischioso se dietro i sintomi c’è un problema cardiaco o respiratorio non riconosciuto.3
  • Controllare continuamente il polso. Più si misura, più si nota ogni variazione, più cresce l’allarme.
  • Cercare i sintomi su internet durante l’attacco. Si trova sempre la malattia peggiore.
  • Fuggire a ogni attacco. Una volta capita, ma se diventa la regola la vita si restringe.

Dopo l’attacco

Quando è passato resta spesso una grande stanchezza, a volte la paura che ne arrivi un altro. Conviene annotare cosa è successo: dove eri, cosa hai sentito, cosa hai pensato, cosa hai fatto. Sono le informazioni da cui parto nel primo colloquio, perché ogni persona ha un circolo un po’ diverso.

Quando rivolgersi a un medico o a uno psicoterapeuta

Il primo attacco, o sintomi diversi dal solito, vanno sempre valutati da un medico. Dolore al petto o difficoltà a respirare mai provati prima sono un motivo per chiamare il 112.

Se gli esami sono a posto e gli attacchi si ripetono, o se hai cominciato a evitare situazioni per paura che arrivino, la psicoterapia cognitivo-comportamentale è il trattamento psicologico con le prove di efficacia più solide.4 È un lavoro strutturato, con un inizio e una fine, che punta a farti smettere di temere le tue stesse sensazioni. Ne parlo più nel dettaglio nella pagina dedicata agli attacchi di panico.

Domande frequenti

Un attacco di panico può far svenire?

È raro. Durante un attacco di panico la pressione tende a salire, mentre per svenire dovrebbe scendere. L’eccezione più nota riguarda chi ha paura del sangue e degli aghi, dove lo svenimento è più frequente.

Bere acqua o zucchero aiuta?

Un sorso d’acqua non fa male, ma se diventa un gesto indispensabile rischia di trasformarsi in un comportamento di sicurezza che mantiene la paura. Lo zucchero non ha effetti specifici sull’attacco.

Dopo quanto tempo passa?

Il picco arriva in pochi minuti e poi l’intensità cala. Può restare per un po’ una sensazione di stanchezza o di allerta, che si attenua con il tempo.

Fonti

  1. Clark D.M. (1986). A cognitive approach to panic. Behaviour Research and Therapy, 24(4), 461–470.
  2. Schmidt N.B. et al. (2000). Dismantling cognitive-behavioral treatment for panic disorder: questioning the utility of breathing retraining. Journal of Consulting and Clinical Psychology, 68(3), 417–424.
  3. Callaham M. (1989). Hypoxic hazards of traditional paper bag rebreathing in hyperventilating patients. Annals of Emergency Medicine, 18(6), 622–628.
  4. Pompoli A. et al. (2016). Psychological therapies for panic disorder with or without agoraphobia in adults: a network meta-analysis. Cochrane Database of Systematic Reviews, 4, CD011004.
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